Imprese digitali e innovazioni: l'intervista a Giuseppe Calignano

Imprese digitali e innovazioni: l'intervista a Giuseppe Calignano

Giuseppe Calignano è un Postdoctoral Research Fellow presso l'Università di Stavanger, in Norvegia. Originario di Corsano, un paese della provincia di Lecce, Giuseppe ha conseguito il dottorato di ricerca in Geografia presso l'Università del Salento ed è stato Ph.D. Visiting Fellow presso la London School of Economics and Political Science.

All'Università di Stavanger oggi insegna vari corsi nell'ambito degli studi sull'innovazione. I suoi interessi di ricerca nella sfera della geografia economica comprendono le reti di conoscenza e l'impatto dell'innovazione sullo sviluppo dei territori. Sono proprio queste alcune delle tematiche che abbiamo avuto il piacere di approfondire con lui.

 

Ti occupi di Geografia Economica presso l’università di Stavanger, in Norvegia. Potresti spiegare brevemente, a chi ha poca dimestichezza con questo settore, di cosa ti occupi concretamente?

Nello specifico, mi occupo di Geografa dell’Innovazione, un elemento – quest’ultimo - che è di fondamentale importanza nella cosiddetta economia della conoscenza. Nei miei studi sono interessato a comprendere l’innovazione nella sua dimensione spaziale. Perché alcune aree geografiche sono più innovative di altre? Quanto l’innovazione contribuisce al loro sviluppo socioeconomico? Quali sono gli elementi che determinano il grado di innovazione a vari livelli di analisi geografica? Queste sono alcune delle domande alle quali cerco di trovare una risposta attraverso le mie ricerche. 

Di recente, hai svolto una ricerca sulle connessioni/relazioni generate dalle imprese digitali. Qual è stato l’aspetto emerso dalla tua analisi che più ti ha colpito?

Lo studio è stato condotto assieme al mio collega Luca De Siena e presentato nel 2015 a Budapest nell’ambito di un importante congresso internazionale. Partendo dall’assunto teorico che l’innovazione sia oggigiorno principalmente un fenomeno relazionale basato sulle interazioni di soggetti che scambiano conoscenza, abbiamo preso in esame gli sviluppatori di software che operano in aree periferiche e solo marginalmente innovative, con l’obiettivo di comprendere quale fosse il ruolo dei clienti nello sviluppo della loro base di conoscenze.

In aggiunta, abbiamo cercato di spiegare quali fossero le maggiori difficoltà incontrate da tali soggetti economici a causa alla loro posizione geografica periferica. L’ analisi empirica contenuta nel lavoro è basata sul caso di studio degli sviluppatori di software della provincia di Lecce. I risultati della ricerca suggeriscono che il dialogo o, se vogliamo dirla in un altro modo, lo scambio di conoscenze con i clienti è un aspetto fondamentale nell’accrescimento delle competenze interne all’azienda.

Tuttavia, un tessuto economico-produttivo poco dinamico – ossia caratterizzato da poche imprese operanti in settori “tradizionali” e non particolarmente inclini all’innovazione - crea diversi problemi alle imprese digitali localizzate in aree periferiche come quella osservata nel caso di studio. Tali imprese sono spinte a cercare i propri clienti altrove, in regioni più o meno distanti. Sfortunatamente solo quelle più grandi e meglio attrezzate riescono a raggiungere i clienti più lontani e a stabilire relazioni significative con essi.

Quali credi siano i punti di forza delle imprese digitali italiane e in cosa devono ancora migliorare, stando sempre allo studio da te condotto?

Credo che il problema sia più che altro legato alla digitalizzazione delle imprese italiane in generale. Nel nostro studio abbiamo condotto analisi di tipo quantitativo e qualitativo. Da queste ultime è emerso che i potenziali clienti, localizzati nell’area geografica oggetto di indagine, non sembrano essere particolarmente interessati alle opportunità offerte dall’informatica e non rispondono adeguatamente agli incentivi forniti delle nuove tecnologie.  

L’Italia vista dall’estero: siamo davvero messi male in ambito digitale o ci sottostimiamo troppo?

Ci sono sicuramente delle eccezioni, ma in generale non siamo messi benissimo. Ciò viene certificato periodicamente dalle statistiche fornite da importanti organizzazioni internazionali come l’OCSE. Siamo piuttosto indietro sotto molti punti di vista, dal numero di impiegati nel settore alla spesa in ricerca e sviluppo delle imprese, fino alla percentuale di famiglie che dispongono di un computer in casa.

Anche in base alla tua esperienza di vita in Norvegia, quale consiglio daresti per migliorare la situazione?

La Svezia è un Paese leader nel settore informatico, ma anche in Norvegia ho potuto apprezzare delle notevoli differenze rispetto all’Italia. Tra le altre cose, nel Paese scandinavo è possibile accedere a molti servizi online utilizzando semplicemente un codice identificativo personale.

Ti racconto un aneddoto che mi è capitato qualche giorno dopo essermi trasferito. Non avevo ancora aperto un conto corrente e pertanto mi sono recato in una banca per effettuare un bonifico. Alla mia richiesta, l’impiegata mi ha spiegato che ciò non è possibile poiché le filiali delle banche in Norvegia non dispongono di contanti. I bonifici si possono effettuare esclusivamente online. Di fronte alla mia sorpresa, l’impiegata ha replicato che “questo è il futuro”. Ho risposto ironicamente che avrei dovuto effettuare il bonifico in quel momento e non nel futuro. Il suo sorriso e l’espressione del volto mi hanno fatto capire che il futuro da queste parti è già iniziato… La digitalizzazione dei servizi a tutti i livelli semplifica di molto la vita degli individui ed è fondamentale per le imprese.

Provando a rispondere alla tua domanda, alcuni segmenti del settore digitale sono più o meno legati alla creatività (si pensi ai videogiochi, all’entertainment, alla produzione di video e musica), una peculiarità che viene pressoché unanimemente riconosciuta a noi italiani. Semmai, penso che le politiche in materia di innovazione dovrebbero puntare a stimolare e supportare concretamente l’imprenditorialità nei settori più avanzati tecnologicamente, così come a promuovere la diffusione della cultura digitale nei settori tradizionali.

Inoltre, si dovrebbero favorire le interazioni fra i vari attori (imprese, università, scuola, settore pubblico, ecc.) e le diverse industrie presenti in un dato contesto territoriale. Ritorniamo, dunque, al punto di partenza dello studio brevemente illustrato in precedenza: l’innovazione è principalmente una costruzione sociale e relazionale, e la qualità delle interazioni tra i soggetti coinvolti nelle dinamiche innovative risulta spesso determinante.