Una riflessione sull'editoria online con Luigi De Giovanni

Una riflessione sull'editoria online con Luigi De Giovanni

Luigi De Giovanni è Responsabile Media Distribution e Partnership per Bloomberg e vive a Londra. Ha lavorato in importanti aziende internazionali e vanta una carriera nell’editoria economica, finanziaria e politica, sviluppata nel mondo del web.

Ciao Luigi. Alle spalle hai una lunga carriera nell’ambito dell’editoria economica, finanziaria e politica, che hai maturato nel mondo del web. Agli inizi del 2000 hai iniziato a lavorare a New York per Wall Street Italia, negli anni in cui iniziava a diffondersi il digitale. Alla luce della tua esperienza, come credi si sia evoluto il digitale e quali sono state le conseguenze più rilevanti del suo sviluppo?

WSI è stato uno dei siti pionieri dell’informazione online nel panorama italiano. Agli inizi la grafica era spartana e la rotativa di gestione notizie piuttosto rudimentale ma c’erano grandi ambizioni e gran voglia di sperimentare. Lo scoppio della bolla Internet, che aveva gonfiato i prezzi in borsa e le aspettative degli analisti a livelli insostenibili, ha poi riportato investitori e addetti ai lavori sulla terra. Ci fu una prima scrematura ed un nuovo punto di partenza. Ma le ambizioni, giustamente, non cambiarono. Le conseguenze sono intorno a noi, ogni giorno. Guardiamo i film in streaming on demand su Netflix, ascoltiamo la musica su Spotify, facciamo la spesa su Amazon, ci informiamo sulla rete e consumiamo notizie da uno smartphone.

E l’editoria invece? Come si è trasformata in questi anni? Quanto conta oggi riuscire a differenziarsi nel web, nonostante la marea di notizie e di articoli che ci sono ogni giorno, su tante diverse piattaforme?

Il digitale presto genererà ricavi superiori alla tradizionale carta stampata. In diverse parti del mondo già avviene, come in Germania con Axel Springer e nel Regno Unito con il Financial Times. Negli Stati Uniti per il New York Times il rapporto e’ oggi di 60-40 per il digitale e i vertici del giornale annunciano che tra 10 anni la versione cartacea cesserà di esistere. La chiave di volta sta nel fornire contenuti di qualita’ che aiutino il lettore a capire meglio cio’ che accade nel mondo intorno a lui con approfondimenti, inchieste, interviste e opinioni che vadano oltre la semplice notizia.

Nella tua prima esperienza lavorativa hai iniziato la tua carriera come giornalista e analista, per poi passare a gestire la societa’ in tutti i suoi aspetti, ricoprendo la carica di AD. Che consigli vorresti dare a chi si affaccia all’editoria digitale per la prima volta?

WSI e’ stata una palestra che mi ha permesso di analizzare a 360 gradi la gestione di una piccola societa’ in tutti i suoi aspetti e che mi ha permesso di combinare la passione per i mercati finaziari e per la tecnologia con quella per l’editoria. Vivo di notizie e media piu’ in generale, la felicità sta nel fare cio’ che si ama. E’ essenziale il coraggio di mettersi in gioco, rimanere curiosi e non aver paura di sperimentare e sbagliare.

Qual è stato il periodo o l’esperienza più avvincente e quale quella più difficile della tua carriera?

Ce ne sarebbero tanti di bei ricordi, dal lancio dei nuovi prodotti e delle campagne pubblicitarie ai primi video e collegamenti radio con l’Italia. Uno in particolare che mi piace condividere con voi fu la partnership con il Nasdaq che fu annunciata addirittura sulla torre a Times Square nel cuore di Manhattan. Tra le scelte sofferte, probabilmente quella di lasciare il sito dopo dieci anni di attivita’: mi affeziono alle persone e alle cose, non e’ mai facile distaccarsi.

Oggi sei responsabile Media Distribution e Partnership per Bloomberg e vivi a Londra. L’editoria online italiana ha delle differenze sostanziali con quella inglese?

Come per molti settori anche nell’editoria, la politica italiana e’ troppo presente al punto da conferire prospettive opposte alla stessa notizia. In inghilterra inoltre si legge di piu’ e si investe maggiormente sul digitale. Anche in Italia il trend sta cambiando, ma restiamo indietro rispetto a molti altri Paesi europei. E’ necessario avere un maggiore coraggio negli investimenti digitali e qualcosa di interessante si e’ gia’ visto nell’ultimo anno sul panorama nazionale.

In questo periodo, l’editoria italiana sta vivendo un momento difficile, così come nel resto del mondo. Le altre Nazioni come stanno reagendo a tale crisi? Secondo te, qual è la strategia da attuare per risollevare le sorti di questo settore?

Finalmente la credenza per cui le notizie su Internet debbano essere gratuite si sta indebolendo lasciando spazio a diversi modelli di business freemium o paywall. I risultati sono incoraggianti: la gente e’ disposta a pagare per andare nel cuore dei problemi, analizzarne le dinamiche, apprezzandone critiche, proposte e soluzioni. E’ una questione di mentalita’ e di abitudini, che cambiano al cambiare dell’offerta. E poi e’ fondamentale evolversi col tempo, cercare nuovi modelli di comunicazione che sappiano rispondere ai ritmi e alle esigenze delle nuove generazioni e dei nuovi dispositivi. Appena lo scorso dicembre Bloomberg ha lanciato TicToc in partnership con Twitter: il primo social news network globale operativo 24 ore al giorno con grande focus su breaking news e fact checking, contro il fenomeno delle fake news.

A questo proposito, un’ultima domanda prima di salutarti. Il problema della fake news è diventato un palese “nemico” di Google e Facebook in primis, che stanno attuando una serie di provvedimenti per eliminare il fenomeno delle notizie false. Quanto la diffusione di fake news inficia il lavoro di professionisti come voi e quale soluzione speri che venga attuata?

Facebook non ne e’ uscito benissimo dal problema e l’annunciato cambio di algoritmo, che favorira’ i post di amici e parenti nel feed, ne e’ la conferma. Emblematica l’ultima copertina di Wired che ritrae il volto di Zuckerberg segnato da lividi e ferite a seguito degli ultimi sviluppi. A parte cio’, da una recentissima ricerca e’ emerso che quello dei media e’ oggi, a livello globale, l’organismo che gode di minore fiducia dopo governi, aziende e ONG. Piu’ della meta’ della popolazione ha confessato di non essere piu’ in grado di distinguere una notizia vera da una bufala mentre si continuano comunque a diffondere attraverso social e motori di ricerca. Non esiste una soluzione definitiva, ma confido in una piu’ forte azione dei governi attraverso pene nei confronti di quelle societa’ responsabili che, pur consapevoli dei rischi, ignorano il fenomeno e spero in una maggiore propensione della gente ad informarsi sulla notizia, verificandone cosi’ l’esatteza da piu’ font, tanto piu’ prima di condividerla in rete.